22-24 settembre a Palermo guidati da Libera e AddioPizzo: questo il viaggio premio per i nostri due studenti vincitori del concorso indetto dall’Osservatorio Regionale contro l’usura e per la promozione della legalità.
Di seguito alcune foto del viaggio e alcune loro impressioni.


“Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”. Giovanni Falcone

Corleone. Considerata da tutti, italiani e non, simbolo della mafia siciliana.

Questo pregiudizio nasce da due motivi: il primo è che Corleone è il paese natale di pericolosi uomini mafiosi, mentre il secondo lo si deve al protagonista del film “Il Padrino”, Don Vito Corleone.

Proprio nel piccolo paese di Corleone, in provincia di Palermo, ci siamo recati per visitare il CIDMA, Centro Internazionale di Documentazione della mafia e dell’Antimafia.

La nostra guida, Walter, ha iniziato spiegandoci come l’ immaginario collettivo di tutti i turisti che vengono ogni anno a visitare Corleone sia fondato sulla convinzione di trovare un paese abitato da uomini con la coppola e la lupara, che “faranno loro un’offerta che non potranno rifiutare…”.

Il compito di Walter è sradicare tutti questi luoghi comuni che abitano in noi.

Corleone è una città che esiste fin dalla preistoria: durante la sua lunga storia ha subito la dominazione degli Arabi e degli Spagnoli, è il paese natale di Papa Leone II, politicamente attiva sin dal Medioevo, quando aiutò Palermo nella rivolta dei Vespri Siciliani contro gli Angioini.

Tutti questi millenni di storia sono stati cancellati dalla cronaca recente che ha fatto diventare Corleone un simbolo della mafia. Ma oggi gli abitanti di Corleone sono stanchi di questa etichetta ed è per questo che è nato il CIDMA, che rappresenta l’urlo dei corleonesi contro un’immagine stereotipata della cittadina.

L’attività del CIDMA è fatta di divulgazione e di conservazione: la storia della mafia diventa carta, faldoni, fotografie, diventa passato. Il presente è altro. Il futuro deve essere altro.

Per quanto riguarda la mia personale esperienza, il presente della mia visita al CIDMA è tuttora permeato dalle parole della nostra guida sull’importanza, tra le altre cose, della musica nella lotta alla mafia: “… chissà?! Forse se Totò Riina avesse imparato a suonare uno strumento, sarebbe diventata un’altra persona…”. L’importanza della testimonianza si arricchisce con questo piccolo dettaglio di un’altra esigenza: quella di seminare.

A proposito di musica, belli e importanti i versi della canzone dei Modena City Ramblers dedicata alla figura di Peppino Impastato:

“Nato nella terra dei vespri e degli aranci, tra Cinisi e Palermo parlava alla sua radio..

Negli occhi si leggeva la voglia di cambiare, la voglia di Giustizia che lo portò a lottare..

Aveva un cognome ingombrante e rispettato, di certo in quell’ambiente da lui poco onorato..

Si sa dove si nasce ma non come si muore e non se un’ideale ti porterà dolore..
Ma la tua vita adesso puoi cambiare solo se sei disposto a camminare, gridando forte senza aver paura
contando cento passi lungo la tua strada”.

Il nostro viaggio ha contemplato anche la visita alla casa di Peppino Impastato a Cinisi, che è diventata “luogo di memoria” proprio per il bisogno di diffondere la verità e mobilitarsi contro la violenza mafiosa. Dopo la morte del figlio la madre Felicia ha deciso di ribellarsi all’omertà e combattere un’estenuante lotta per ottenere giustizia, senza arrendersi di fronte al tentativo di cancellare o sporcare la memoria di Peppino, con accuse di terrorismo o altri depistaggi.

Mi ha colpito molto il fatto che centinaia di persone si rechino ogni anno, in particolare il 9 maggio per la fiaccolata che va da Radio Out alla casa di Peppino, a visitare questo luogo, perché è significativo della volontà di appropriarsi ogni volta di un piccolo pezzo di verità. E, quindi, di libertà.

Sulla mia scrivania c’è una scatola su cui risalta la frase”La bellezza salverà il mondo”. E’ di Dostoevskij. Ecco: ciò che mi riporto indietro da questo viaggio a Palermo è un miscuglio di immagini, parole, storie, mille fili, che sono tuttavia riconducibili a quella scritta.

La testimonianza, il ricordo, l’esempio diventano ancora più forti quando le parole diventano azione: “Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”(Peppino Impastato).

Matteo Felleca V C


Visita alla Cantina Centopassi

Sono le dieci. Dietro di noi, il mare. Davanti, solo le ruvide montagne e i vigneti.

Siamo nell’alto Belice Corleonese e stiamo incontrando e conoscendo la Sicilia. Una Sicilia diversa, una Sicilia migliore di quella che ci hanno sempre raccontato.

E’ Caterina – la mediatrice culturale di Libera – a spiegarci il programma di oggi, e lo fa introducendoci alla storia dei beni sequestrati alla Mafia. Inizia dall’omicidio di Pio La Torre, proseguendo con la storia della legge che porta il suo nome (legge Rognoni-La Torre) e che per prima introdusse il concetto di “bene confiscato”. Ci parla del costante impegno di singoli lavoratori e di associazioni come Libera per il recupero e il riutilizzo sociale delle confische.

Ci troviamo, infatti, alla Cantina Centopassi, ed è proprio qui che la Mafia sta cominciando a perdere, qui dove inizia il nostro percorso, qui dove sugli ettari confiscati dallo Stato a Giovanni Brusca sorge una cooperativa agricola, simbolo tangibile della lotta e delle vittorie contro la Criminalità Organizzata.

Incontriamo Stefano, che qui lavora da più di dieci anni. Interrompe il suo lavoro per parlarci della sua esperienza alla Cantina Centopassi: ci racconta com’è nata la cooperativa sociale, ci racconta le difficoltà di allora, quando poco più di una decina di lavoratori subivano violenze e minacce per la propria scelta di lavorare su un territorio confiscato, e di oggi, che i tentavi di sabotaggio sono certo più silenti, ma non scomparsi. Ci racconta orgoglioso come la cooperativa sopravviva florida nonostante le avversità, e aggiunge con passione la storia dei vigneti che ci circondano e del vino che producono. Ci racconta cosa sia un modello etico di azienda, che non sfrutta ma cura il territorio e che vive nel segno della più grande trasparenza legale, sociale ed economica. Stefano ci racconta e si racconta. Noi interessati ascoltiamo. Nei suoi occhi si riflette la grandissima forza di volontà di chi dice basta alle mafie, di chi non vuole più piegare il capo alla violenza e alle minacce, di chi vuole rialzarsi, ricominciare, ricostruire. Nel suo lavoro si vede il simbolo di tutti quei Siciliani – come Caterina e Stefano – che credono nel futuro, nelle possibilità di cambiamento, nel lavoro onesto, nelle speranze dei giovani, e che desiderano fare della Sicilia e dell’Italia una terra completamente libera dalla Mafia, una terra di rinascita e di riscatto.

Federico Accossato V C